Le città hanno sempre avuto una Periferia, questo l’esordio del Prof.Ing.Carlo Monti, professore universitario, urbanista e progettista d molti Piani Regolatori per diverse città italiane.

La periferia è sempre esistita? La città antica è delimitata, ha un centro e una periferia circondata da mura Anche nella Roma imperiale, che ha avuto molto più di un milione di abitanti, c’erano periferie, intorno ai centri religiosi e politici o alle domus più ricche; c’erano palazzoni per l’affitto, come nelle metropoli moderne, traffico congestionato, incendi e pompieri. La città industriale abbatte le mura e la sua periferia invade la campagna. La città attuale non ha limiti, si mescola con la campagna e si frammenta con molti centri.

Nelle città murate europee le periferie erano spesso organizzate, o in rapporto alla loro origine (come le lottizzazioni monastiche) o alla concentrazione di attività, come le contrade artigianali, che avevano anche una chiesa dedicate al santo patrono, luogo di incontro della corporazione. Con l’abbattimento delle mura nasce la nuova periferia ‘moderna’, che mescola in modo caotico fabbriche, case, scuole, caserme, e che invade la campagna. Questa periferia è regolata da piani che demoliscono tessuti antichi e disegnano strade, piazze e spazi pubblici. Edifici tipici delle periferie dell’800 sono i grandi palazzi per affitto di alloggi e uffici che di norma formano cortine murarie ben disegnate, come nei boulevards parigini.

Per risolvere i problemi dello sviluppo urbano cento anni fa si affermò una soluzione che sembrava definitiva: la nuova città razionalista, divisa (come le fabbriche più moderne di allora) in «reparti» specializzati, cioè zone monofunzionali: zone industriali, residenziali, direzionali, parchi e aree ricreative. Questo modello è stato applicato integralmente nelle città di nuova fondazione, come le new towns inglesi e quelle della banlieu parigina; nelle altre città ha in genere regolato solo le aree di nuova urbanizzazione, creando un nuovo tipo di periferia, diversa da quelle formate nell’Ottocento, con nuovi problemi che si sono acuiti nel tempo.

La Città dei 15 minuti è stata proposta da Carlos Moreno della Sorbona, l’idea è stata subito rilanciata dal sindaco di Parigi e poi adottata da Milano e da Barcellona, che stava già sperimentando qualcosa di simile. Partendo dalla possibilità offerte dalla diffusione del lavoro a distanza, propone di organizzare quartieri quasi autosufficienti, con i servizi sociali di base e di molte attività lavorative, un mix di funzioni che ridurrebbe drasticamente il pendolarismo casa-lavoro. I punti essenziali sono: mobilità lenta (ciclabile e pedonale), spazi verdi, negozi di quartiere, coworking, riorganizzazione degli orari, valorizzazione delle relazioni vicinato (ad esempio, portiere di vicinato?)

Secondo alcuni, è solo un’integrazione del modello delle unità di vicinato (neighboroud units, proposte negli USA negli anni ’30); è comunque un’idea attraente, ma difficile da realizzare, perché richiede una profonda riorganizzazione del lavoro: non a caso è stata proposta da esperti di design, non da urbanisti, sociologi o economisti. In teoria si potrebbe applicare rapidamente e radicalmente se nelle città il telelavoro diventasse la regola.

Con più equilibrio, questo modello può essere una linea guida per il riassetto delle metropoli e delle grandi città, mentre molti centri urbani minori di fatto già lo attuano, comportandosi come «quartieri» di regioni urbane policentriche.